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Archivio Novembre 2005

dove eri

21 Novembre 2005 2 commenti


Da tanto, troppo?tempo, non lo so più, eppure avevo creduto in qualcosa di diverso.
La tristezza di quando un amico muore, non è forse come quando cessa di vivere un?amicizia?
Avverto una forma d?amarezza penetrante, che toglie il respiro, è pesante, opprime.
Sono di nuovo sola, sono sempre stata sola, perché avevo sperato e avevo visto qualcosa nei suoi occhi, ma no, ero io che volevo vedere, però non c?era niente.
Ma dove sei, dove ti sei cacciata, tu, lurida cagna, tu AMICIZIA?
Dove stai?Tu non c?eri prima e?non ci sei adesso. Così, con lentezza rientro dentro di me e vorrei poter non uscire più.
Chiusa mi fermo, tutto si quieta, mi guardo stupita: è finita.

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come gli occhi miei, ripeto, si sentirebbero felici ammirando te

20 Novembre 2005 2 commenti


Quando ho gli occhi chiusi essi vedon meglio,
di giorno infatti scorrono su cose senza merito;
ma quando dormo in sogno essi ti guardano e
nel buio lucenti, son fari nel buio protesi.
E tu, la cui ombra rende brillanti l?ombre,
qual divina forma assumerebbe la tua ombra al chiaro giorno con la tua luce ancor più chiara,
se a occhi chiusi la tua immagine è così lucente!
Finché non ti vedo ogni giorno è notte per vederti e
ogni notte giorno luminoso se mi appari in sogno.

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ghiaccio lunare

20 Novembre 2005 2 commenti


Adesso fa freddo, molto, un po? fuori, un po? dentro.
Il gelo soffia e la testa pulsa, mi accoccolo in me stessa e assaporo il caldo, il morbido, il profumo di un inverno, che strappa il tempo all?autunno e con rabbia di vento spoglia il vermiglio degli ultimi alberi.
Osservo stupita la danza dell?aria che liberamente scuote ogni cosa e tutto mi rotola dintorno.
È un ululare, un soffio, un sibilo che scolorisce e porta via gli ultimi colori, i timidi toni di verdi, di rossi, di arancione e ricerca il grigio, il nero: spegne le luci, il brillare, gli umidi odori.
All?orizzonte il ghiaccio lunare di un mare furioso, con impeto dimena il suo corpo e rotola tra sabbia e sassi di questa terra cilentana.
Il legno nel fuoco scoppia fragrante e riporta le tinte più antiche sul volto, il mio.

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quando il sole tornerà

16 Novembre 2005 1 commento


I Celti delle tribù antiche usavano un calendario lunare e contavano i giorni partendo dalla notte, facendo cominciare i mesi il primo quarto di luna nuova.
Davano proprio alla Luna, e non al Sole, il compito di scandire il tempo e di prefissare l?inizio delle giornate, dei mesi e dell?anno, che dividevano in due metà, una Scura e l’altra Chiara, corrispondenti rispettivamente alla metà dell’anno durante la quale le ore di luminosità diminuiscono, e l’altra parte durante la quale le ore aumentano fino ad arrivare al 24 giugno, quando si ha il ben noto “Sole di mezzanotte”.
Le due stagioni principali erano Geimhreadh (Inverno) e Samhradh (Estate).
Oltre a queste suddivisero l’anno in ulteriori due periodi intermedi: la Primavera (Earrach), e l’Autunno (Foghamhar) o Brontroghain che completavano il ciclo dei quattro.
È opinione ormai comune che il calendario celtico inizi in novembre, il “mese dei morti”, ma vi è anche un’altra teoria, secondo la quale esiste un secondo calendario che fa partire l’inizio dell’anno Celtico in dicembre: questo ultimo viene considerato il calendario “ufficiale” dei sacerdoti celti, cioè i druidi.
In alcune regioni celtiche, ancora oggi, l’inizio dell’anno viene fatto coincidere col 22 Dicembre (solstizio d’inverno), giorno in cui il Sole si prende una rivincita sulle tenebre e si da inizio alla festa della Luce, Yule, il Natale dei Cristiani.
Chiamato anche Saturnalia, o Festa delle Luci.
E’ il passaggio celeste in cui la notte e’ piu’ lunga del giorno, e segna l’inizio dell’inverno astronomico.

Questo cade in concomitanza al Natale Cristiano, stabilito nell’anno 395 alla data del 25 dicembre , la medesima data in cui i romani celebravano la festa del “Sol Invictus”, il sole invitto. Da quel momento vi fu una mescolanza tra feste e simboli pagani… come l’abete decorato (Ormai detto albero di Natale), le ghirlande o l’agrifoglio. L’abete ad esempio è l’albero che rappresenta la Dea in questa stagione, e la ghirlanda rappresenta la ruota dell’anno. Il termine Yule deriva dalla parola anglosassone ?Yula?, che significa ?ruota? (wheel), ad indicare la Ruota dell? Anno: per le popolazioni anglosassoni infatti, il solstizio marcava l? inizio del nuovo anno. La ghirlanda è il simbolo della Ruota dell’Anno, e su di essa potete si ci può mettere qualcosa che rappresenti le cose desiderate per la prossima celebrazione di Yule. Alcune tradizioni vogliono la conservazione di parti dell’abete, che saranno poi bruciate a Calendimaggio/Beltane.
Abbiamo detto che questo è il giorno più buio della ruota dell’anno, in cui le ore d’oscurità superano quelle di luce. Ma contemporaneamente, passato questo momento, la luce torna a crescere, annunciando il prossimo ritorno della vita e del calore.
Così in questa festa, il sole, rappresentato dal Dio, muore e rinasce quasi allo stesso tempo.

In alcune tradizioni, questo giorno corrisponde quindi alla discesa del vecchio Dio nella terra (per alcuni gli inferi, anche se questo termine rischia di essere fuorviante, a mio avviso); li’, incontrata la Dea (che si prepara al risveglio), il Dio si rinnova, rinasce e torna alla luce come giovane Dio, o nuovo sole.

Per quest?avvenimento, nei tempi passati, vi era l’uso di accendere grandi fuochi nella notte, per invitare il sole a tornare nuovamente ad illuminare il mondo.

In altre tradizioni, al Solstizio d’Inverno, il Dio, “morto” a Samhain, rinasce dal grembo della Dea come Dio fanciullo.

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Virgulto

8 Novembre 2005 7 commenti


Due gocce, due visi, piccole e tenere mani che volano, farfalle nel vuoto.
Due bimbe, ora non più, due chiome selvagge ed infinite, ciocche di vita, voi amate le note, forti, dolci e colorate.
Due, come le mie mani, come gli occhi per guardarvi, due stelle nel cielo brillano, illuminano: siete voi, cucciole mie, ora non più.
Il vostro zefiro di sonno, le paure nella notte, le corse nel buio?MAMMA.
Ora non più, ragazze mie.
Piccoli boccioli per la nuova vita.

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Una serata in vineria

6 Novembre 2005 4 commenti


Agropoli- Un modo diverso per incontrarsi, un modo per assaporare il riso più pregiato, quello dell?antica e rinomata riseria Ferron ?Pila Vecia?, un modo per degustare ottimi vini d.o.c., è questa l?idea di Franco Rizzo.
Chi ama il vino gustoso e profumato, ad Agropoli lo trova alla nuova vineria de “LA VERANDA”, il punto d’incontro per il buon bere e il buon mangiare.
Chi desidera trascorrere una serata diversa, fra le mille attenzioni di Franco e dei suoi ragazzi e preferisce il riso, quello veramente buono, proveniente dalla rinomata riseria Ferron, fondata nel 1650, all?Isola della Scala (Verona) e vuole gustarlo preparato dall?estro interpretativo della cucina della Veranda, non può mancare al goloso appuntamento del prossimo 11 novembre, presso il delizioso ?privè? di questo locale che si trova ad Agropoli, zona Centro, all’inizio dell’isola pedonale, al primo piano di un antico Palazzo, in Via Piave, 38.
La nuova vineria è un posto piacevole, raffinato, curato nei particolari, ristrutturato con gusto e sapienza, arredato con mobili antichi; è un luogo intimo e accogliente per pochi ospiti.
Qui si potrà trascorrere un venerdì diverso e stuzzicante, ecco il menù: antipasto: polentina di riso con castagne degliAlburni, primo: riso vialone nano con zucchine e calamaretti, primo: riso carnaroli con porcini del Monte Serino, dessert: torta di riso.
Il tutto sarà accompagnato dagli ottimi vini: (Tenuta S. Anna) Prosecco vino spumante aromatico extra dry, (Corlbollaro) Soave d.o.c., (Angoris) Sauvignon Isonzo d.o.c., (Santa Sofia) Recioto della Valpolicella d.o.c..
In particolare, mi piace rivivere il gusto dell?ottimo Sauvignon, dal colore giallo verdolino con riflessi dorati e dal profumo intenso, aromatico con spiccata nota di peperone verde, col sapore fresco, di buon corpo, persistente ed immaginare il connubio perfetto di quando incontrerà il sapore degli ottimi piatti a base di riso, sprigionando tutta la sua freschezza e la sua magica essenza.
Questo è l?incanto di una serata originale, proposta da veri maestri della cucina, che amano unire all?impareggiabile gusto dei sapori del Cilento, antichi ingredienti della cultura italiana e accompagnano tali finezze con gli ottimi vini d?origine controllata.
Il costo della cena è di ? 30,00 e si può partecipare solo su prenotazione, telefonando allo 0974 822272.
Milena Esposito.

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L’angelo custode

5 Novembre 2005 Commenti chiusi


Ad un’altitudine che supera i 600 metri, sorge, custode di antiche tradizioni, il Comune di Valle dell’Angelo, immerso nella valle del Calore, cuore verde del Parco del Cilento, alle falde del monte Ausinito che lo chiude da sud.
Si caratterizza per un paesaggio collinare e montano che conferisce alla località un aspetto ameno, impreziosito dalla natura salubre del clima.
Scendendo dal centro abitato verso il fiume Calore si gode lo spettacolo dei monti circostanti, che incombono sulla vallata percorsa dall’acqua, richiamo che ristora chi desidera ritemprare il proprio spirito in una natura incontaminata.
Di grande bellezza è il centro storico, fatto di vicoli, stradine, portali in pietra calcarea locale, e piccole scalinate che conferiscono al paese un fascino inconsueto, conservatosi in tutta la sua preziosità, tanto che ha meritato l’apprezzamento della Facoltà di Architettura dell’università Federico II di Napoli.
Le principali emergenze ambientali sono costituite dal bosco Medicale, esteso per 200 ettari, con presenza di piante ad alto fusto, e dal bosco Mercuri, esteso per 300 ettari e composto da piante ad alto fusto.
Nei boschi vi sono ampi spiazzi per sostare e godere della frescura della montagna.
In origine Valle dell’Angelo era casale di Laurino, ed a quest’ultimo è legata la sua storia. Era infatti denominato nella Regia Camera con il nome di Laurino Le Chiaine Soprano o Laurino Soprano. Alcuni autori ritengono che sia stato edificato per come luogo luogo di riparo durante le transumanze, tanto che vi sono due siti nell’abitato, l’uno chiamato Zaccaro, nella parte inferiore dell’abitato, e l’altro Porcile. L’origine del borgo si fa comunque risalire intorno al X secolo d.C., con l’arrivo dei monaci basiliani. Questi provenivano dalla Siria e dall’Epiro per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Proprio ai monaci italo – greci si deve l’opera di risanamento attuata a Valle dell’Angelo, da cui l’economia trasse notevole benefici, soprattutto in seguito alla devastante guerra greco-gotica del VI secolo. Quando gli arabi occuparono la Sicila nel sec.IX, molti si rifugiarono nella Calabria, nelle Puglie, in Lucania e nelle nostre zone. Tale fatto è suffragato dalla presenza di due importanti cenobi, fondati da questi monaci, aderenti alla regola di San Basilio (basiliani), l’uno denominato di Sant’Arcangelo di Campora e l’altro di San Vito di Fogna (Villa Littorio), che erano alle dipendenze della grande Badia Basiliana di Santa Maria di Rofrano, che a sua volta era Gancia del monastero di Grottaferrata. Intorno ai conventi fondati dai basiliani si raccolsero pastori e gente di luoghi vicini per dissodare le terre, coperte da secolari impenetrabili boschi, adattandole a coltivazioni di viti, ulivi, leguminose ed altro. In origine questa gente viveva in capanne di legno, poi in piccoli vani di pietra, coperte di terra battuta, e, quindi in altre abitazioni più grandi, coperte di tegole di creta cotta, sorrette da rigidi travi di legno. Dal 1363, Valle dell?Angelo passò sotto la giurisdizione della Badia di Cava. Il casale dipendeva come casale da Laurino, dal momento che questo, fondato dai longobardi che edificarono il castello, ritennero opportuno renderlo Stato feudale, data l?importanza acquisita, assoggettandogli sei casali, tra cui Valle dell?Angelo, che non dipese più spiritualmente dalla parrocchia di Santa Maria Maggiore dal 1555. Nel 1571 i casali di Valle e di Piaggine si staccarono da Laurino anche per i pagamenti fiscali, come afferma Pietro Ebner, per cui rimase attaccato a Laurino soltanto il casale di Fogna, che durante il periodo fascista cambiò il nome in quello attuale di Villa Littorio. Piaggine Inferiore divenne frazione di Laurino fino al 1873, quando cambiò nome e fu elevata a capoluogo di comune. La presenza dei monaci italo – greci in questa vasta zona è testimoniata anche dal fatto che gli abitanti di Valle dell’Angelo sono denominati “li Piroti”, fenomeno che interessò altri centri del Cilento, come San Giovanni a Piro, Perito, Caselle in Pittari.

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Città d’arte

3 Novembre 2005 1 commento


Avvinghiato su una roccia, disteso sull?abisso, Laurino è uno dei comuni più abitati, incantevoli e ricchi di storia della valle del Calore.
A buon diritto Laurino può fregiarsi del titolo di Città d’arte perché conserva molti edifici ed opere d’arte in ottimo stato.
Situato ad un?altitudine di 531 m/slm, il territorio confina con i comuni di Campora, Stio, Magliano, Felitto, Roscigno, Sacco, Piaggine, Valle dell?Angelo, Sanza, Rofrano e Cannalonga, e si estende per 69,93 kmq, interamente ricadenti nel territorio del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
Ogni angolo del paese gode di una singolare fusione tra esotico ed antico che stimola suggestioni profonde: ad ovest, seguendo l?orizzonte, si può scorgere la costa di Paestum, ad est si può ammirare l?orrido e avvincente strapiombo del Cavallo, alzando lo sguardo verso la collina, si può osservare con meraviglia la magnificenza del castello, che appare sospeso tra cielo e terra, come in una fiaba.
La collina del monte Cavallo su cui si trova il paese, da un lato scivola gradevolmente verso la valle, dall?altra cala a precipizio sulla roccia, coperta da una fitta vegetazione ricca di cacciagione, che finisce anch?essa a valle.
Le alte vette determinano il formarsi di gole profonde dalle quali si riversano numerose fonti d?acqua che si gettano nel fiume Calore, dove abbondano le trote fario.
Poi, di notte, Laurino ha una seduzione particolare, regalata dalla luce notturna della luna che si rimescola con le luci dei lampioni

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Teggiano: città medioevale

2 Novembre 2005 1 commento


Tra i centri storici della Provincia di Salerno, Teggiano (m. 637 s.l.m. e 8.348 ab.) è certamente quello che ha conservato meglio la sua antica fisionomia di roccaforte ed è con tale aspetto che si presenta a chi raggiunge il suo Centro Storico.

L’aspetto naturale di Ioppidum romano, ricordato ancora oggi dalla conservazione in pianta del Cardo e del Decumano viene rinnovato in epoca normanna e in età federiciana.

Ma è soprattutto in epoca medioevale che l’allora Diano ha avuto un ruolo predominante nella storia del Vallo di Diano. Difatti la potente famiglia Sanseverino vi costruì il Castello e la elesse a roccaforte dove potersi rifugiare in caso di pericolo.

Lì Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e signore dello Stato di Diano, insieme a molti altri feudatari della zona, ordì la Congiura dei baroni, una sorta di sommossa fiscale contro il re di Napoli Federico d’Aragona e conclusa nel 1487 con l’accordo fra le parti.

A quell’epoca oltre al Castello era protetta tutta la città poichè Diano era cinta da alte mura con 25 torri di guardia e quattro porte di accesso. Teggiano è certamente uno dei centri storicamente più importanti della provincia salernitana. Situata su un colle posto quasi al centro del Vallo di diano, la piccola città ha conservato numerose tracce del suo passato, a cominciare dai corredi tombali con reperti ceramici del VI secolo a.C. e continuando con statue, avanzi architettonici, mosaici e iscrizioni dell’epoca romana. Il paese (che ora fa parte del Parco del Cilento e del Vallo di Diano) ha comunque una conformazione urbanistica tipicamente medievale con l’abitato che si rinserra intorno al monumentale Castello appartenuto nel medioevo ai Sanseverino principi di Salerno, uno dei quali, Antonello, proprio in questa fortezza nel 1485 organizzò la famosa Congiura dei Baroni e nel 1497 vi sostenne l’assedio del re di Napoli Federico d’Aragona venuto con un potente esercito per catturare il ribelle principe di Salerno.
L’antico centro, che ora è sede della Diocesi di Teggiano-Policastro un seminario fondato nel 1564, ha numerose chiese medievali ed ex conventi ricchi di opere d’arte dovute ad artisti famosi come Melchiorre di Montalbano, Tino da Camaino, Giovanni da Nola, Andrea da Salerno. Inoltre offre al visitatore la possibilità di visitare due Musei: quello Diocesano e quello della Civiltà Contadina.
Per il suo aspetto essenzialmente monumetale, Teggiano è una città-museo, poiché vagando qua e là per le viuzze del centro storico è possibile ammirare avanzi dell’età romana murati sulle facciate delle case, artistici portali di dimore signorili sormontati da stemmi gentilizi, pregevoli chistri ornati di stupendi affreschi, edicole votive e un monumentale portico quattrocentesco che per secoli è stato il Sedile dove si riuniva il Parlamento della città.
Non meno suggestivo è l’aspetto paesistico di Teggiano, con belvederi dai quali si ammira la Valle sottostante solcata dal fiume Tanagro e trapuntata di altri antichi centri abitati, tra i quali si distingue nettamente Padula con la sua Certosa.
Teggiano ha un fitto calendario di feste religiose, tra le quali la più importante è certamente quella di San Cono, protettore della città. Poi nel mese di agosto si svolge l’ormai famosa festa medievale denominata ” Alla tavola della principessa Costanza” e organizzata dalla Pro Loco, con l’affluenza di migliaia di visitatori, i quali hanno la possibilità di assaggiare le antiche e gustose pietanze locali.
Che dire di più? La visita a Teggiano rappresenta un suggestivo incontro con le meraviglie della natura e dell’arte.