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Archivio Marzo 2006

Lacrime amare

30 Marzo 2006 2 commenti


Da tròppo tiempo io?sto cà a suffrire
Nun tengo a forza manco de murire
Da ?sti cancelle io nun pozzo ascire

Lacrime amare

E cerco ?ò suonno pe?me putè scordare
E cerco ?a morte pe? me putè libberare
E cerco ?a terra pe? me putè arrepusare

Lacrime amare

Patetèrno che me dato ?a vita pe?campare
Patetèrno che me fatto ?u core pe?sperare
Patetèrno che me dato?u tiempo p?aspettare

Lacrime amare

Da tròppo tiempo io sto cà a suffrire
Nun tengo a forza manco de murire
Da ?sti cancelle me ne voglio ascire

Lacrime amare

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ancora

24 Marzo 2006 4 commenti


Era una mattina luminosa di sole e le acque turchine.
Andros, all?improvviso vide nell?aperto mare, lontano, il corpo amato di Erkula, che andava su e giù faticosamente.
Sulla linea dell?orizzonte, qualcosa d?indefinito, forse, il volto della sirena, si muoveva avanti e indietro.
Andros rimase fermo a scrutare, il cuore gli batteva forte.
-Lì, guardate lì, la vedete?-
- Cosa? No, non c?è assolutamente nulla.-
Lui era sicuro che fosse Erkula, sperava che fosse lei, desiderò raggiungerla.
Nuotò con tutte le sue forze disperatamente, ma dietro la linea dell?orizzonte, l?immagine di Erkula sprofondava.
-Devo raggiungerla, la voglio, deve essere lei.-
- No, no,pazzo, torna a riva , dove vai ? Non vedi che non c?è nessuno?-
- Torna,non sai, che nelle acque vive il terribile Melan, l?enorme mostro nero, che divora gli uomini? Vieni qua, non andare!-
Andros nuotava, mentre Erkula svaniva, forse non era lei.

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Erckula ed Andros

24 Marzo 2006 1 commento


Quando la nostra terra, Agropoli, era chiamata Petra e il fiume Testene aveva il nome di Foce, le acque del suo mare erano abitate dalla sirena Erkula.

Tutti a Petra conoscevano la dolce sirena, ma Andros era innamorato di lei.

- Sei bella, bellissima, non esistono donne come te, nessuna al mondo possiede le tue grazie.-
- Non sono una donna io, lo sai, Andros, io sono una sirena e non corro come te, io nuoto invano alla ricerca della felicità.-
- Perchè non sei felice con me? Lo sai: io ti amo.-
- Anch?io ti amo tanto, ma temo per noi, la nostra vita sarà sempre diversa.-

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tra i miei capelli ti perdevi

20 Marzo 2006 4 commenti


Mannaggia mannaggia, ma dove se andata a finire, ti tenevo tra le mie braccia, principessa e tu ridevi, no se mi ricordo bene strillavi come una pazza e, a volte, la voglia di buttarti dal balcone era forte, però quanto eri bella e, sai, sei bellissima anche ora, ma perché sei cresciuta così in fretta?
Ora tu sei una donna e lo so che sembra strano anche a te, ma per me è impossibile e mannaggia come ragioni?meglio di me, non che ci voglia troppo impegno, ma tu sei oltremisura profonda, sensibile e che testa che hai, forse ti ho coltivata troppo, ho fatto male?
Gli ignoranti sono felici e non desidero la felicità io per te?
Eppure tu certo ignorante non sei, cara principessa mia, no, sei colta, da sempre con la testa china su un libro e quella aria sognante che hai, impenetrabile, piccola sfinge saggia, piccola poi per chi?
Ormai solo per me.
Parli bene e di argomenti da grandi: discuti di politica, di libri, di religione e di uomini, ma dove se andata a finire, piccola mia?
Eri qui e mi guardavi con i tuoi occhi grandi e tra i miei capelli ti perdevi in mille giochi e mi fissavi e ti fissavo perché da sempre non ho mai creduto che potessero essere vero, eppure tu sei sempre stata una cosa vera per me e quanto mi hai aiutata anche se non parlavi, tu questo non lo sai.
Tu principessa ed io regina madre, noi in un castello fatto di sogni, di sguardi e di poppate?poi non lo so ti ho guardata e tu mi hai detto piccola mami ed io ho capito che eri più grande e piccolina non ti avrei visto più, mannaggia come mi manca quel fagottino di latte, coccole e nottate in bianco.

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capace di tempeste e di burrasche

19 Marzo 2006 1 commento


Quando penso alla terra mia, io penso al mare.
Sempre, in ogni stagione, se fa caldo o freddo, io penso al mare, la terra mia.
Sento che solo lì trovo un piacere unico, quello delle mie radici e mi vivo come cittadina del mare e della sua gente: gente di mare.
Taverne, barche e pesci agonizzanti, reti rugginose al sole bianco sono la terra mia.
Il mare mi culla sempre e brilla per i miei occhi, il mare è libertà di andare o di restare e poi alzo la testa e muti gabbiani planano sulla terra mia: il mare.
Liberi loro, libera io, sì io sono e mi sento libera e felice, da tanto tanto tempo e se guardo il mare mio so che sono come lui, capace di tempeste e di burrasche, ma poi mi placo e cullo e soprattutto amo.

tornerete

19 Marzo 2006 1 commento


Ed io vi aspetterò
L?aria del Cilento ritroverà il volo e più ancora le preziose tinte.
Tornerete in silenzio e porterete i colori, potrò tornare a sognare sui voli e poi i fiori apriranno, sulla costa, le corolle profumate.
Vi aspetto da tempo…tanto, vi rivedrò, quando nel cielo vi saranno canti melodiosi e nuova vita!

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mi indigno

16 Marzo 2006 4 commenti


Non mi piace che tutto diventi propaganda elettorale.
Non credo che la gente ed i suoi sentimenti possano essere adoperati per fare voti e mi indigno, veramente, perché non c?è rispetto.
Credo nei diritti dell?uomo e pretendo il rispetto delle minoranze, delle diversità e sono stanca dei ricatti sessuali e delle umiliazioni che bisogna sopportare.
Amo la vita e le sue manifestazioni, ma stimo l?uomo non per le scelte sessuali, ma per ciò che è.
Mi indigno sì, per le parole offensive, non sono fascista, non sono omosessuale, ma vivo e amo, comprendo le diversità e mi piacciono e molto, perché ognuno è se stesso.
So che questo post non sarà popolare e che piacerà a pochi, ma forza siamo nel 2006 e sappiamo bene che non affrontiamo un argomento nuovo e allora?
Via la maschera, per favore e non fingiamo solo per sgraffignare qualche voto in più.
È squallido questo gioco perché mette in ballo i sentimenti, cominciamo invece a stimarci di più e non facciamo gli americani puritani, che ormai ci tengono fatti e sudditi con le brache calate.
Noi siamo greci e poi latini, noi siamo persone serie e non buffoni.

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la morte di Nicolò

16 Marzo 2006 1 commento


Anche la morte s?incontrava tra i vicoli di quei paesi cilentani e lì si rispettavano antichi riti.
I giovani reggevano i fiori e aprivano il corteo, un bimbo li seguiva con una croce, portata a malapena, l?arciprete, il morto, i congiunti più stretti, poi gli amici, i conoscenti.
S?intonava lentamente il Dies irae.

solvet saeculum in favilla
teste David cum Sibylla.

Tutto il paese prendeva parte: si seguiva il corpo del Marchese di Matonti, Nicolò Ametrano, la moglie Donna Tanina portava in braccio il figlio più piccolo, Gaetano, mentre Michele, il più grandicello, di soli tre anni, strillava, rallentando il corteo, tirava le vesti nere della madre.

Tuba mirum spargens sonum
per sepulchra regionum,
coget omnes ante thronum.

Le urla salivano e diventavano inquietati lamenti, poi singhiozzi, sempre più dolorosi e lenti, piano tornava il silenzio, dominava, spegneva ogni cosa, il silente ossequio della morte.

Inter oves locum presta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis,
flamis acribus addictis;
voca me cum benedictis.

La processione ritornava al palazzo marchesale di Vetrali, lì la cappella di San Nicola, aveva due porte una per il popolo, l?altra per i nobili, tutti in forma di rispetto, si dirigevano verso la propria.
Donna Tanina era bella, giovane, accompagnava per l?ultima volta l?anziano marito.

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla,

judicandus homo reus.
huic ergo parce, Deus!

Tutti si ricordavano del loro recente matrimonio: erano passati pochi anni, forse quattro e già d?allora la bella Donna Tanina era tanto chiacchierata. Si malignava, si sosteneva che Giuseppe Coiro, più giovane del marito di quaranta anni fosse da sempre il suo amante. Lui era lì, poco distante, non più giovanissimo, ma bello.

pie Iesu Domine,
dona eis requiem

Dopo alcuni anni, quando già non vivevo in quei luoghi, qualcuno mi raccontò di loro due. Seppi che si sposarono e che avevano avuto dei figli, forse due, un maschio e una femmina.

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pietra umana

15 Marzo 2006 Commenti chiusi


Castelruggero
No, non parlare, non è vero che non puoi, tutto in te è parola, vita e pietra, tutto sembra sospeso come te, perso in un vicolo scosceso, presenza umana solitaria.
Vorrei solo che per un attimo almeno rivolgessi lo sguardo verso il basso e che tu la smettessi di arricciare la tua fronte, non ho saputo se la tua espressione è di sforzo o se sei immerso in un pensiero alla ricerca di un volo lontano, ho guardato dove guardi tu e ho trovato pietre storia e cielo.
E poi ancora, cosa fai, sorridi? E a chi amico mio? Ma dimmi chi se, a chi somigli, forse si, tu soffri perchè sei solo.

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taralli e santi

13 Marzo 2006 1 commento


Felitto e i taralli di San Vito

Un volto di rara bellezza è il tuo, di gran dolcezza, le gote appena arrossite, a dimostrare, forse, timidezza o benevolenza, avanzi tu portato dalla fatica della salita ed il colore vermiglio del palio ricamato e stellato d?oro, t?incornicia il bel viso.
A te, sono dedicati riti ancestrali, antichi culti, tu sei guardiano della stagione più bella: l?estate.
Proteggi l?arte del ballo e figli tuoi sono i ballerini, le danzatrici; tu ripari la gente dai morsi di tutti gli animali, grandi e piccini.
La grazia dei tuoi lineamenti sottili, quasi dipinti da mano divina, le ciocche corvine dei tuoi capelli e la corona d?oro, ti fanno apparire magnifico cherubino, quasi santo bambino.
Tu, tra le strade di Felitto, ogni anno, nel sole del 15 giugno, cammini piano, sei portato a spalla dalla devozione del tuo popolo cilentano.
Felitto, dall’alto del suo sperone roccioso, bastione aggrappato alla rupe, tra precipizi da brividi e fiabesco bosco, incantato mondo di maghe e di folletti, è uno splendido custode, che domina le gole del Calore e tu, oh santo, vestito di prezioso turchese, del colore dei petali delle rose e d?oro, lo proteggi tutto.
Nel groviglio delle sue antiche stradine, nelle vie nuove, la gente, da sempre, avanza, facendoti uscire dagli scenari acquatici ed arborei della tua piccola Cappella, portando, te, San Vito, in processione e nei suoi gesti rivive l?antica leggenda del grano.
Nel cerchio, fatto di farina ed acqua, è racchiuso un racconto tradizionale: è usanza che si preparino e si regalino i taralli durante la lunga processione. La ragione di questo gesto simbolico affonda le sue radici in una leggenda che ancora oggi è ricordata e che ti vuole difensore del cibo e del grano.
Dio, un giorno, molto irato verso gli esseri umani, aveva preso a distruggere tutti i campi coltivati, si fermò solo, quando tu, San Vito, lo pregasti e con una benevola bugia, gli chiedesti di castigare gli uomini, ma di lasciare almeno un po? di grano per i tuoi cani. La mano e l’ira del Signore si placarono ed il grano, seppur mutato, fu salvo, non solo per i cani, ma anche per gli uomini. La bionda inflorescenza, però, per lo sfogo di Dio Padre, perse la sua originaria forma: i chicchi, che prima erano sparsi lungo tutto lo stelo, a partire da terra, da allora sarebbero rimasti contenuti solo in una piccola spiga. I taralli, cerchi dorati, vogliono ricordare la tua clemenza e ringraziarti per l’amorevole intercessione, simboleggiando il cibo difeso dalla distruzione. Lungo il percorso tra la tua Cappella ed il paese, ai fedeli sono dati i “taralli di San Vito” e il vino. Per tenere libere le mani, si usa infilare i taralli con ramoscelli di ginestra e, formatane una ghirlanda che s?ingrandisce man mano che ci si avvicina al paese, si legano alla cintura. Reggere più taralli indica maggior onore, oltre che più devozione ed impegno. Un mazzo di bionde spighe di grano, San Vito, ti è messo nella mano destra, mentre con la sinistra porti per sempre la palma del martirio; quando avanzi le spighe auree dondolano, ondeggiano e brillano al sole che risplende, laddove il cielo ritrova i colori dell?estate, la stagione che ridona a Felitto, paese posto nell?alta valle del Calore, sospeso in un sogno sul pendio di un monte, tutto l?incanto e la magia che solo la terra del Cilento sa offrire. L?antico borgo si stende tra le viuzze strette e anguste, di un fascino struggente e poi la campagna si apre verso le trasparenti acque ciancianti del fiume; e quel frammento di roccia, impreziosito da trine di mortella, a ciuffi separa chiazze gialle di ginestre e la montagna spaccata stende pudica, sul greto del fiume cristallino, un manto di verde arricciato e avvolge ogni cosa nell’intrecciato altalenarsi di cespugli e arbusti profumati di muschi, che come prezioso merletto infinito, olezzante, ricopre tutto, specchiandosi poi nell?acqua di luce, così, la natura cilentana sembra voler salutare il cammino del viandante, il quale, stupito da tali meraviglie e dalle sue leggende, certo un giorno tornerà a Felitto.
Milena Esposito.

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