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Archivio Maggio 2006

canto cilentano

29 Maggio 2006 5 commenti


Nui ca nascemmo figli ri Cilientu,
‘nn’aviamu ‘nzurà ‘na cilintana
‘nn’aviamu ‘nzurà ‘na cilintana,
‘na paisana ccù li scocche rosa,
lu piettu chjinu ma abbrihugnosa,
lu piettu chjinu ma abbrihugnosa,
una ri Fogna o ri Laurinu,
e nun sia mai una ri li Cchiaine.
E nun sia mai una ri li Cchiaine,
ma i’ mi ni jetti fore ppi fatija,
jttai a li cardi chesta fissarija,
jttai a li cardi chesta fissarija,
scuntai ‘na zoria a li capiddi mele
e inta l’uocchi cupu ri lu mare,
e inta l’uocchi cupu ri lu mare,
‘i la huardai e jedda mi huardau,
rammi ‘nu vasu e jedda mi vasau.
Rammi ‘nu vasu e jedda mi vasau,
vuljia ‘nu vasu e mi ni rette cientu,
nun mi ‘nzurai cchiù a lu Cilientu.
Nuun mi ‘nzurai cchiù a lu Cilientu.
Mugliere e vvuoi ri li paisi tuoi,
ancora oji chiangu chistu huaiu,
ancora oji chiangu chistu huaiu.

Noi che nascemmo figli del Cilento
dovevamo sposare una cilentana,
dovevamo sposare una cilentana,
una compaesana coi pomelli rosei,
il seno pieno ma timida,
il seno pieno ma timida,
una di Fogna o di Laurino,
e giammai una di Piaggine,
e giammai una di Piaggine,
ma io andai via per lavoro,
buttai ai cardi questa sciocchezza,
buttai ai cardi questa sciocchezza,
incontrai una ragazza,
dai capelli miele e dentro gli occhi profondo di mare,
e dentro gli occhi profondo di mare,
io la guardai e lei mi guardò,
dammi un bacio e lei mi baciò,
dammi un bacio e lei mi baciò,
volevo un bacio, lei me ne diede cento,
non mi sposai più nel Cilento.
Non mi sposai più nel Cilento;
moglie e buoi dei paesi tuoi,
ancora oggi piango questo guaio.
Ancora oggi piango questo guaio.

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scriverò qualcosa

28 Maggio 2006 1 commento


Adesso scriverò qualcosa per questo blog, qualcosa che mi faccia riposare meglio, qualcosa come l?estate che torna nel Cilento, come le lucciole che brillano nel giardino, qualcosa come la luna distesa sul tramonto, come le mie unghie laccate di rosso ed i sogni dei bimbi, scrivo e scriverò non solo per chi mi legge, un po? anche per me, per ricordare i profumi delle rose di un mese che finisce e ciliegie rosse sui rami, fragole che si nascondono nei prati e caprette sotto piante d?olivo.
Lento fluire di giornate infinite, lunghe e assolate, olezzanti le ore ed insetti ronzanti, poi melodie di uccelli e trilli melodiosi.
Piccoli fiori si arrampicano verso l?alto in un muto crescere e la vita continua.
Scriverò per farti sentire la mia voce muta quella, che di solito, ascolto solo io, il fruscio dei miei pensieri e dell?arte che mi fa sognare.
Del canto e del ballo, di arpa e di tammorra, di un?antica chitarra e ascolterai la musica silenziosa della fantasia, quella che ho immaginato come il respiro del mare e l?onda del vento.

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Se fossi nato uccello

18 Maggio 2006 8 commenti


Se io fossi un uccello potrei alzarmi in volo e scendere in picchiata, fermarmi a guardare il bagliore del mare dall?alto e sentirei vibrare le mie ali al vento forte, su, nel blu del cielo, gareggerei con le nuvole di soffice aria e mi butterei nella pioggia, mi tufferei.
Potrei cantare, cinguettare, lanciare la mia voce e allietare.
Poi spiccherei salti nel rosso dei tramonti e mi nasconderei al fresco degli alberi verdi e frondosi.
Dal nido uscirei all?alba e schizzerei nell?acqua, con piume arruffate m?immergerei.
Se io fossi nato uccello vorrei vivere dove vivo io: nel Cilento.
Nel mondo degli uccelli, tra cespugli dipinti d?oro, di teneri verdi, di tinte cupe o brillanti vivrei come in un sogno.
Il mare, all?orizzonte, per fare corse in cielo senza fine, poi, su, verso le colline, ai monti, per spiccare salti, tra i giochi di balzi e capriole e nascondini.
Mi perderei ogni giorno nei profumi, negli effluvi, negli odori dei fiori con le corolle aperte.
Il nido, il mio, lo terrei alto sospeso al cielo dai colori più struggenti dei tramonti ardenti.
Con gli occhi abbraccerei tutta la terra, il mare, il cielo.
Nel volo sarei libero ed ogni attimo sentirei l?emozione di un cuore che batte all?impazzata.
Tra tegole e case abbandonate farei la casa mia e tornerei di notte dove nessuno torna.
Salirei di giorno sul ramo più alto del bosco di castagni e verso il basso osserverei il respiro delle piante, il continuo dondolio dei freschi germogli che giocano col sole.
Sarei un uccello piccolo e felice come sono.

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Laureana Cilento, Nicola e Rosina i due sposini

1 Maggio 2006 8 commenti


Al centro di Laureana Cilento, proprio dietro la piazza, in Via Roma, abitano Nicola Oricchio e la moglie, Rosina Volpe.
Sono nati entrambi a Laureana Cilento, lei proprio in questa casa, alla quale si accede salendo una scaletta ripida e stretta, lui invece stava in via Pennino, all?Acquasanta e per tanti anni, dopo essersi sposati nella chiesa di Santa Maria del Paradiso nel 1945, hanno abitato lì, poi quella zona prima molto popolosa e servita finanche dalla stazione ferroviaria, è andata lentamente spopolandosi e Nicola e Rosina hanno deciso di trasferirsi in una zona più centrale, nella casa del centro storico del paese.
Il 4 maggio è il compleanno di Nicola.
Lui è nato nel 1914, in una famiglia numerosa, se gli si chiede quanti fratelli erano risponde, sorridendo, che non si ricorda, erano dodici figli vivi, dice con scherno e aggiunge che erano altri tempi, prima si viveva male, però si stava meglio, ci volevamo bene tutti.
Con le ragazze si faceva l?amore di ?contrabbando?, perché era proibito, non come adesso, si portava la serenata, poi c?erano pure le canzoni di sdegno, quando uno si arrabbiava.
Nicola racconta la sua vita, il lavoro duro, anche quello degli altri: c?erano molti contadini e allevatori di animali, pastori e qualcuno che lavorava con i buoi, poi c?erano artigiani, cestai, scarpai, falegnami e fabbri.
Lui da giovane aveva tanti animali e coltivava la terra, aveva un abbonamento ferroviario ed andava col treno a Napoli, a Salerno per vendere l?olio ed i prodotti agricoli e partiva dalla stazione vicino l?Acquasanta, quella che da tempo non c?è più.
Nicola racconta che tutte le famiglie erano tanto numerose, a Laureana c?erano molti bambini, però lui e Rosina figli non ne hanno avuti e così sono sempre stati ?sposini?, due colombi, aggiunge proprio Rosina e sorride.
Lei è nata nel 1917 e tanti sono i suoi ricordi, tutti nitidi e precisi.
Racconta dei suoi giorni di scuola delle sue due maestre: una veniva da Poggio Marino e alloggiava presso una famiglia locale al Castiglione e l?altra veniva da Torre del Greco e abitava presso il palazzo Damascelli.
Rosina ha fatto fino alla quarta elementare, ma la sua preparazione è molto buona, migliore, dice lei, di quella dei ragazzi di oggi, lei aveva tutti voti molto alti, prendeva lodevole ai compiti e conosceva tante cose, imparava a memoria le poesie e qualcuna la recita adesso perché se le ricorda bene.
Oggi a Laureana, nella scuola, c?è una solo una pluriclasse, all?epoca la sede scolastica era nel palazzo Barlotti e le classi erano tante e molto numerose; Rosina non ricorda il numero dei suoi compagni, però dice che nella sua aula c?erano tre file di banchi piene di bambini.
Ripensa ai sacrifici, alla casa senza luce elettrica, senza gas e senz?acqua.
Lei andava al pozzo per portare l?acqua e spesso dentro c?erano le lumache senza guscio o le bisce, i panni si lavavano al fiume poco distante dalla chiesa dell?Acquasanta, si usava la cenere e la biancheria veniva molto più bianca, profumata e pulita, le ceste con i panni si portavano in testa, così come la legna che si andava a fare alla foresta e serviva per scaldarsi e cucinare.
Rosina si ricorda di una notte di Natale in cui lei attendeva la mezzanotte accanto al camino acceso e suo padre, che già era coricato, la sgridava incitandola ad andare a letto, anzi minacciandola di scendere con un coltello, per non farle consumare troppa legna, quella stessa che, con tanta fatica, proprio lei aveva portato a casa.
Adesso Rosina sorride e vuole recitare una canzone di sdegno ed una d?amore per ricordare e per divertirsi e così dice:
faccia re nu cavolo iuruto
colore ru nu sierpo avvelenato
quando taggio pututo scanagliare
sì fauzo giallo e traditore
faccia gialla non ti puoi avantare
dimmi che ne hai fatto il tuo colore

quella d?amore parla di partenza, forse per la guerra o per chi era costretto ad espatriare e Rosina declama:
bella mò mi parto da questo regno
appiano appiano me ne vado allontanando
davo un passo avanti e mi trattengo
mi volto sopra di te sospiro e piango
bella quando sono arrivato all?altro regno
ti faccio una lettricella e te la mando
e se ritorno gioco a festa
basta che il cielo ce lo fa vedere