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Archivio Agosto 2008

Invito: il cielo in una stronza

28 Agosto 2008 4 commenti
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Lacinzia

18 Agosto 2008 Commenti chiusi

Lacinzia

Quando ancora mi facevo illusioni sulla possibilità di trovare il senso della vita, avevo chiesto al Lorenzi a cosa servisse la Matematica. Mi aveva risposto che l’avrei capito un giorno. A me piaceva lacinzia, sarei stato innamorato di lei quasi per sempre. Perché aveva gli occhi viola, un kilt verde e bianco, le stavano crescendo le tette e mi chiedeva di passarle i compiti di Matematica. Finalmente quel giorno era arrivato e studiare matematica aveva acquistato un senso, perché la sua voce era miele che scende dal cucchiaio e cade in gola, perché profumava di bucato e io credevo che fosse l’odore naturale del suo corpo e aveva gli occhi di un verde oliva chiaro che migrava spesso nel grigio o nel blu e poi nel viola di Liz Taylor, le ciglia lunghe, e gli occhi divertiti dalla malizia vissuta con ironia sfuggente e aveva qualcosa che la rendeva diversa da tutte, Ormoni Femminili, presumo, a cascata, andavo verso quegli ormoni con la stessa umile devozione di un santo in rotta verso l’assoluto e la pensavo sempre e andavo a scuola con la febbre per vederla e lei stava nel banco dietro al mio, vivevo con il collo ritorto e bruciavo, pativo, sognavo.
La timidezza è un pianeta oscuro e imprevedibile dal quale scendevo carico di comiche iperboli a me stesso ignote, citavo Dostoevskyj, dicevo un giorno lo ucciderò, il Lorenzi, te lo prometto, sognavo la Siberia ristoratrice della mia verginità e le lettere di Cinzia-Sonia. Lei rideva, e si insinuava in me la differenza che c’è tra ridere con me e ridere di me, ma non importa, aveva un caschetto di capelli neri come i maschi che le lasciavano il collo tutto nudo per ospitare i miei baci quando fossi tornato dalla Siberia, e la pelle, la pelle, e un viso che dire una delizia è poco, e le spalle, che inarcava quando il suo sguardo scendeva a controllare la crescita delle tette come stesse curando l’orto con quotidiano amore e le clavicole ben visibili che mi insegnarono ad amare le clavicole ben visibili, e quando la chiamavano alla cattedra per ritirare un altro quattro camminava dinoccolando i fianchi come avesse appena finito di fare l’amore per la prima volta e aveva Tredici Anni, e non mi sarebbe mai davvero uscita dalla pelle e chiacchierava sempre con l’amica e parlano, parlano sempre, ascolto, ascolto sempre, e un giorno parlano dell’attore preferito e mi si rizzano le orecchie perché forse avrei potuto studiare una pettinatura una postura un tono insomma avrei potuto esercitarmi ogni giorno in bagno allo specchio e la camminata e insomma, che importa se il Lorenzi sta macinando regole, concetti, dettando appunti da studiare a memoria, lacinzia mi sta dettando la scorza del mio futuro maschile ho orecchie solo per lei e allora lei chiede all’amica quale è il tuo attore preferito, Marlon Brando, l’amica, e tu?
-Io, Rock Cazzo…ridacchia lei, un Rock Hudson passato per la malizia divertita dagli ormoni femminili a cascata, e io intendevo che di me non le poteva importare, solo i compiti, e che mi sarebbe sempre andata male, con lei, il mio platonico amore coltivato in silenzio, io non ero roccazzo, no, non lo sarei mai stato, non era per la mascella quadrata, né per il biondo dei capelli, né per il fisico gladiatore, ma per quell’interesse diretto, esplicito, divertito per la Cosa, una parte tangibile, metonimia perfetta della sostanza del maschile con la quale lei confessava ridendo di avere una certa qual dimestichezza mentre io stavo giusto ricominciando ad esplorarla ma non gliela avrei mai, mai fatta vedere.
Ma il Lorenzi, questo bastardo, aveva visto le mie protese orecchie testosteroniche a sventola, e mi squadra a lungo con lo sguardo proverbiale che aveva la sensualità di un’equazione di terzo grado, mi sento perduto, addio roccazzo, addio cinzia, parto per la siberia, vacca che lungo, stavolta, il silenzio, più lungo il silenzio più lunga la frase, lo sapevo…
-Bonacina, scrivi, per domani, trecento volte, sono un bambo che non sta mai attento in classe tanto che anche per il secondo quadrimestre volevano darmi il sette in condotta ma poi, per intercessione della madonna, hanno deciso di darmi otto. Trecento volte, domani.
Ero felice, scrivevo ed ero felice, mi si sfaceva la mano ed ero felice, calligrafavo trecento volte su un quaderno nuovo che per intercessione della madonna mi avevano dato otto in condotta! otto in condotta era una cosa che mi salvava da quasi tutto, grazie, madonnina mia, che mi evitavi la crisi di panico da giorno dello scrutinio, che mi regalavi un pomeriggio stupendo, la gioia del fare, l’allegria dei naufraghi, scrivendo trecento volte che per la prima volta da quando andavo alle medie: otto in condotta! Otto in condotta! Puoi sempre essere promosso! Dico ci puoi sperare! Felicità, felicità, felicità! Ero fuori dalle secche, dalla nebbia, dalle notti di panico. Trecento volte lo sapevo!
Ero stato promosso.
Lacinzia, invece, rimandata in matematica col cinque.
L’imprevedibile entrava nella mia vita, la sensazione che la realtà non è mai come la sogni, essa appare diversa nel suo farsi insinuando la divisione del reale in quella parte che vive di progetto e quell’altra, che modifica drasticamente i contorni del luogo che abbiamo sognato.
Così a settembre ci sono andato di notte scavalcando il cancello della scuola solo per vedere se l’avesse costretto a darle sette, a sbugiardarlo, a inchinarsi davanti alla necessità di riparare l’ingiustizia, e quando ho visto che era stata bocciata col quattro che aveva solo matematica ho pianto, ho deciso di andare in Siberia per ritornare più grande più Roccazzo a chiederle Cinzia possiamo stare in banco insieme e poi andavo sotto le finestre del Lorenzi per gridargli bastardo nella notte e scappare, avevi solo matematica, piccolo angelo, piccolo fiore, ma qualcosa nel buio si muove e alla finestra del piano di sotto c’era lei, miss mondo lacinzia con in testa un cappello di leopardo. Appena rientrata da una lunga notte probabilmente con Rock Cazzo. E finalmente capivo.
Dirimpettai, stesso palazzo, beghe di condominio, lamentele, scherzetti, ripicche. Bocciata in quanto musica troppo alta, bocciata perché io lo so che non studi, bocciatura da orecchie tese, fegati marciti nel sospetto. Maiale. Il difensore della Morale Matematica del Mondo era dunque un Maiale. Il vecchio maiale l’ha bocciata perché sa che esce la sera. Ma ero pronto a difenderla, la vita privata è intoccabile, gli volevo gridare, l’avrei difesa come il cavaliere errante e lei avrebbe riconosciuto in me Roccazzo, il Cavaliere dell’Ordine del Testosterone e mi avrebbe finalmente amato.
Ma l’avevo persa. L’avevo persa e il corso della storia era mutato irreparabilmente, la fondazione della mia stirpe era abortita in una serie di punti esclamativi scritti in rosso a margine di un foglio di protocollo, li conoscevo i compiti in classe dellacinzia. E tornando a casa prendendo a calci lattine e sassi sapevo che anche al liceo non l’avrei dimenticata, anche dopo che aveva cambiato casa e non sapevo dove abitasse, e infatti sì, poi è successo. E’ successo che facevo il liceo e non la vedevo ormai da anni. E’ successo che caracollava fuori dalla mia scuola l’ultimo giorno prima delle vacanze di natale, è successo che nonostante il filtro della distanza accresciuta in noi dal tempo da strade diverse l’ho avvicinata prossimo all’infarto non per chiederle come stai dove sei cosa fai, ma l’indirizzo. Quanto mi ero sentito perduto senza quell’indirizzo. Quanta salvezza in quel foglietto di carta, la sua scrittura tonda con la biro verde che parlava di un posto lontano.
Le ho scritto una lettera di natale, quel pomeriggio stesso. Finalmente pensavo di sapere scrivere anche lettere d’amore, non solo le brutte poesie che il Cividini mangiava, amore, amore, amore perfetto, amore senza risposta, amore in attesa, amore speranza, amore che non teme ripulse, amore solitario e assoluto di una lettera, alla quale ha risposto solo all’inizio della primavera con una penna marrone, ha risposto che per lei io ero un amico. Anzi:
-ti ho sempre visto come amico, così diceva.
Conoscevo così l’orrore della catastrofe. La caduta. La fine del regno. Cadevo in un tempo cupo, le mie poesie già brutte si tingevano di meditazioni sulla morte, la metafisica della depressione si dipanava nei miei versi, pagina dopo pagina. Il Cividini continuava a mangiarsele.
Poi, tempo dopo, incontro la sua amica. E le chiedo di lei.
-ma lo sai, parlavamo di te proprio ieri, mi ha chiesto se non ti ho più visto.
Dunque, mi pensi.
Quel pomeriggio sono andato in un bar di fighetti con la gnagnera, mi vestivo alla kerouac, una camicia di cotone grosso a scacchi rossi e blu e una t-shirt bianca pesante americana degli americani e jeans lisi sulle ginocchia e scarpe da basket bianco sporco, perché camminiamo, noi, siamo on the road. Ma era un bar di fighetti di Bergamo, e lì solo e cocciuto ho scritto una poesia che somigliava troppo a quella di Prevert ti ho cercato al mercato degli schiavi ma non tu non c’eri e finiva dicendo so che mi hai cercato ma ora soffri un po’ anche tu, dolce amore.
Non mi ero sbagliato: era sexi lacinzia, aveva la pelle liscia come seta olivastra e gli occhi viola come Liz Taylor, ma per lei sarei sempre stato soltanto un amico. Io non ero un amico. Ero un innamorato pazzo, altro che amico. Se scrivevo poesie parlavo di lei se scrivevo lettere le scrivevo a lei se andavo a scuola era per vedere lei. E quando alcuni anni dopo l’ho rincontrata per caso e siamo finiti a chiacchierare insieme ad altri d’estate in una roulotte buia dove facevo la guardia notturna a un cantiere e prendevo a sassate i pipistrelli, finalmente ci siamo un po’ parlati e lei mi ha detto:
-ti ricordi? ti ricordi di quando eravamo insieme alle medie? e il Lorenzi? te lo ricordi il Lorenzi?
Dio mio… con quella voce di miele che scende dal cucchiaio, parlava di ricordi solo nostri, esibiva la nostra intimità davanti a tutti, e poiché non diceva più niente io lì nel silenzio che me ne stavo zitto per non dire cazzate pensavo ma cazzo! ma allora anche per lei sono venuti gli anni della memoria malinconica nonostante roccazzo! e mi sono rinnamorato di lei nel completo silenzio, se la mia anima fosse stata una mano la mano si sarebbe allungata nel buio, allungata, allungata fino a prendere la sua e le avrei chiesto di sposarmi, e anche in futuro remoto, se dio mi desse mai un futuro remoto, se la rincontrassi, potrebbe avere cinquant’anni, sessanta, sessantasei e le rughe e non so, non so…potrei morire un giorno sussurrando lacinzia, un nome a quel punto incomprensibile come rosebud, oppure, in modo ancor più criptico, potrei esalare sibilando
-…roccazzo…

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